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Una domenica “così”: i ruderi di Cirella

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Domenica 16 gennaio 2011. Una splendida giornata, con un sole caldo, quasi primaverile, una leggera brezza e la voglia di fare la più classica delle gite domenicali, destinazione Diamante, per gustare un tipico tartufo al cacao. Almeno questa era l’intenzione, perché non avevo previsto di “sbagliare” strada, ovvero di non individuare la svincolo esatto e di arrivare solo un po’ più in là, a Cirella.

E lì la mia attenzione è stata attratta dalle indicazioni turistiche relative ai ruderi del Castello. I ruderi? A Cirella ci sono dei ruderi di un castello? Ma si, quelli che ho visto decine di volte dalla s.s. 18, sulla collina … ho sempre detto che sarebbe stato bello visitarli, ma non l’ho mai fatto … va bene, colgo l’occasione … si va, e con me la fidata fotocamera. Ed ecco la grande sorpresa: arroccati su di un piccolo promontorio, si trovano i ruderi del Castello e del vecchio abitato, la Cappella dell’Annunziata (risalenti al IX secolo circa), nonché altre importanti costruzioni, quali il Convento di San Francesco di Paola (1545) e l’annessa Chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie.

Decido di avventurarmi alla scoperta e, oltre al conosciuto e recente anfiteatro, luogo di rinomati spettacoli teatrali, rimango affascinato dal monastero: grande, quasi tenebroso con i suoi imponenti corridoi ed i suoi archi, teatro di una lenta battaglia tra l’opera muraria dell’uomo e la natura, che attraverso la “invadenza” della vegetazione spontanea cerca di riappropriarsi dello spazio che, secoli fa, le è stato tolto. Purtroppo oggi è diventato anche luogo di riparo di alcune persone disagiate, almeno a giudicare dai rifiuti e dai materassi che nasconde. E poi c’è il castello. Il contesto è particolarmente attraente (a parte gli orrendi piloni per la trasmissione dell’energia elettrica), da un lato uno splendido mare e l’isola di Cirella, dall’altro il promontorio del Pollino. Bellissimo. Salgo lungo le mura, mi avventuro all’interno, tra massi pericolanti e mura cadenti che una volta, probabilmente, pullulavano di vita, sino ad arrivare lassù, alla torre… sembra quasi di dominare uno spazio tanto ampio da sembrare infinito, perché con lo sguardo si abbraccia una porzione enorme della provincia cosentina, dal cielo al mare, e viceversa. Anche qui, sembra di violare un silenzio quasi sacro, forse un po’ triste, pensando a quanto, nei secoli scorsi, dovesse essere ricco di voci questo borgo. Anche qui, poi, non c’era nessuno, nemmeno un turista né comitive di visitatori, né, men che meno, guide: solo poche indicazioni fornite da 3 o 4 insegne, con scarsissime informazioni storiche. Rimane il pantheon romano, ma è inaccessibile; una passante mi dice che si trova in un terreno privato. Peccato.

Andando via, mi sono fermato un attimo a riflettere: la nostra terra calabra è talmente ricca di storia, di cultura, di arte, da potersi permettere anche “il lusso” di tenere quasi nascoste, ovvero poco valorizzate, delle realtà che in altri contesti territoriali verrebbero sfruttate in ben altro modo, stimolando il volano del turismo e, quindi, generando lavoro. In questo vedo una grave colpa di noi calabresi, me compreso, spesso impegnati a conoscere il mondo ma poco interessati alla storia della Calabria.

Naturalmente, la giornata si  è conclusa, come da programma, con un gustosissimo gelato a Diamante … anche questa è Calabria!

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