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Federalismo Municipale: ecco cosa cambia

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Con il voto del 2 marzo la Camera ha approvato il testo sul federalismo municipale, che è un tassello di quella che dovrebbe essere la generale riforma federale del nostro sistema politico-amministrativo. Una riforma del genere, da molti considerata fondamentale per il futuro del nostro paese, avrebbe bisogno di un confronto bipartisan, e non di colpi di frusta come quello della fiducia voluto dal nostro governo.

Lasciamo però agli altri le polemiche sui metodi utilizzati ed entriamo nel merito del testo approvato. Prima di farlo però, è opportuno comprendere cosa intendiamo con il termine Federalismo. Esso è una dottrina che favorisce l’unione di diverse entità (stati, regioni, lander) in un unico grande insieme; l’unione presuppone che ci sia un governo centrale e una costituzione condivisa, e che le singole entità mantengano la propria sovranità in alcuni specifici settori. Il Federalismo, che così come descritto sembrerebbe dividere un paese in tanti sottoinsiemi diversi e separati fra di loro, in realtà, laddove è applicato bene, rende un paese molto più unito, solido ed efficiente.

Prendiamo come riferimento il modello tedesco. La Germania è costituita da 16 lander, i quali sono molto diversi tra loro per superficie, risorse economiche e geografiche, oltre che per numero di abitanti. Ogni lander ha un proprio governo, un proprio parlamento, un presidente del Consiglio, dei ministri e dei ministeri; il parlamento può emanare leggi e decreti regionali che in nessun caso possono essere contrastanti con le leggi nazionali. Di fatto la struttura politica è molto simile a quella delle nostre regioni (Giunta, presidente di Giunta, assessori, Consiglio); ciò che cambia sono le competenze. Infatti i lander tedeschi godono di una maggiore autonomia, e le loro competenze vanno dalla scuola all’università, dalla polizia all’amministrazione, dal diritto comunale ad una parte del diritto tributario.

Anche i comuni hanno dei loro spazi autonomi che riguardano molti settori della vita di comunità: il traffico locale, l’urbanistica, il rifornimento di gas e luce, possibilità di applicare alcune proprie imposte, costruzione e manutenzione di opere pubbliche (scuole, teatri, ospedali, campi da calcio, musei). In generale in Germania ci sono delle regioni più ricche e delle regioni più povere, e nonostante le forti autonomie che vengono riconosciute, vale il principio che le più virtuose devono aiutare quelle in difficoltà. Infatti a livello costituzionale viene sottolineato che il governo nazionale deve realizzare l’omogeneizzazione delle condizioni di vita nelle varie parti della Germania. Questo importante principio dimostra che il Federalismo non necessariamente deve essere creato per dividere un paese, ma al contrario lo rende più unito e soprattutto (e la Germania lo dimostra pienamente) più efficiente. Ma ritorniamo a casa nostra.

E’ questo il Federalismo che si vuole realizzare? Si vuole realizzare la riforma per unire o per dividere? E se è vero che Federalismo significa responsabilizzare, siamo sicuri che alcune aree del paese, Calabria in primis, abbiano delle classi dirigenti così “responsabili”? Su questo si potrebbe aprire un ampio dibattito, ma per ora limitiamoci ad analizzare il contenuto di quello che il ministro Bossi ha definito come un giro di mattoni di quello che sarà il tetto. Il decreto presenta luci e ombre, e nell’immediato le novità sono due: la prima è la cosiddetta cedolare secca sugli affitti, la seconda è lo sblocco parziale e graduale dell’addizionale comunale sull’Irpef. Per quanto riguarda la cedolare secca sugli affitti, essa impone un’aliquota al 21% sul canone per i contratti a canone libero, e al 19% per i contratti a canone convenzionato.

Nell’immediato ci guadagnano i proprietari di immobili con reddito più elevato, ma nel lungo periodo l’obiettivo è quello di incentivare tutti i proprietari ad immettere i loro immobili sul mercato delle locazioni e combattere dunque l’evasione in tal senso. Bisogna dire però che tale imposta inserita nel decreto sul federalismo municipale, è e rimane di tipo statale; i comuni avranno una compartecipazione del 21,7%, senza alcun margine di manovra e quindi senza autonomia. Per quanto riguarda invece lo sblocco parziale e graduale dell’addizionale comunale sull’Irpef, esso consentirà ai comuni di avere una boccata d’ossigeno, ma chi pagherà saranno i contribuenti Irpef, e quindi essenzialmente i lavoratori dipendenti. Inoltre il decreto introduce alcune nuove imposte: l’imposta municipale propria (istituita a decorrere dell’anno 2014, va a sostituire l’Ici sulla seconda casa); l’imposta di soggiorno (entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo); l’imposta di scopo (entro il 31 ottobre 2011). Si prevede inoltre che i comuni diventino “sceriffi” per rafforzare l’attività di accertamento tributario, e dunque combattere l’evasione fiscale. Infatti ad essi è assicurato il maggior gettito derivante dall’accatastamento dei cosiddetti “immobili fantasma”, pertanto il comune dovrebbe in tal senso verificare che tutti gli immobili presenti nel proprio territorio siano correttamente accatastati. A tal proposito, lo stesso decreto va a quadruplicare le sanzioni amministrative a carico di coloro che non fanno emergere il loro immobile fantasma, e il 75% di tali sanzioni è destinato proprio ai comuni.

Altre due novità, scaturite dopo l’esame in commissione, sono la Compartecipazione Iva e il Fondo perequativo: la prima prevede una compartecipazione all’Iva al consumo e non più la compartecipazione all’Irpef prevista invece dal testo del governo; il secondo viene istituito nel bilancio dello stato per finanziare le spese di comuni e province, successivamente alla determinazione dei fabbisogni standard collegati alle spese per le funzioni fondamentali. Il fondo è articolato in due componenti: la prima riguarda le funzioni strumentali dei comun; la seconda le funzioni non strumentali. E’ un decreto che ha subìto molte critiche dalle opposizioni, in particolare per quanto riguarda l’introduzione delle imposte sopra elencate, che a detta di molti andrebbero ad aumentare una pressione fiscale (già fra le più alte d’Europa) a carico dei contribuenti. In generale esso introduce alcune novità che cambiano il precedente assetto ma non lo rivoluzionano. L’obiettivo è, da un lato, quello di dare maggiori risorse economiche ai comuni, senza che questi vadano a cercarle presso lo stato o altri enti, dall’altro quello di “responsabilizzare” i comuni incentivandoli a combattere dal basso l’evasione fiscale.

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