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Calabria Day: é viva la costituzione

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Io c’ero il 12 Marzo scorso nella giornata “A difesa della Costituzione”, indetta dall’associazione “Articolo 21”. Non sono un uomo di piazza, ci sono andato veramente poche volte ma, almeno dal mio punto di vista, per motivi seri e riguardanti il bene e/o interessi della collettività. Perché si è ritenuto importante organizzarla in questo momento? La risposta è nelle parole, nelle proposte di legge e nella storia italiana più o meno recenti.

Approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, la Carta Costituzionale ha rappresentato l’ultimo tassello del passaggio dalla Monarchia, che aveva avuto come riferimento lo Statuto Albertino esteso dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia nel 1861, alla Repubblica, forma scelta dai cittadini italiani dopo la seconda guerra mondiale nel referendum del 2 Giugno 1946.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». Così Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, in un discorso del 1955.

Si dà poca importanza anche solo alla presenza di questo testo, a questa straordinaria dimostrazione di pensare al presente e, soprattutto, al futuro che l’Italia ha dato dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e il ventennio fascista. Invece, la Carta è stata accusata di essere “di ispirazione sovietica”, “un inferno che rende difficilissimo trasformare progetti in leggi concrete” (copyright: Silvio Berlusconi, tessera P2 1816). Gli attacchi, oltre che verbali, sono venuti concretamente da proposte di legge di pura ispirazione piduista, la cui ultima dimostrazione è la riforma della magistratura anticipata in parte dalla bozza Boato negli anni della Bicamerale di D’Alema (governo di centrosinistra).

Infatti, la loggia P2 aveva l’obiettivo di svuotare dall’interno la democrazia costituzionale mantenendone però le parvenze di uno Stato democratico, attraverso il controllo dell’informazione, di una magistratura sotto il controllo politico e di uomini fidati nei posti di comando. Evidente il conflitto con l’art. 18, il quale proibisce le associazioni “per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale” e “segrete”. E la P2 era super segreta, quindi anticostituzionale. Lo scorso anno, in luglio, gli spettri del controllo delle istituzioni si sono materializzati ancora con la scoperta di una loggia (P3) con diversi interessi, tra cui fare approvare l’incostituzionale, se consideriamo l’art. 3 nella sua prima parte, Lodo Alfano dal CSM, cioè dal massimo organo di garanzia sulla legittimità delle leggi dello Stato. Tutto questo fa capire quanto sia minacciata la democrazia e l’uguaglianza dei cittadini da persone con finalità comuni, spesso sconosciute al grande pubblico e legate da interessi economici e/o politici.

E poi: cosa sono azioni come quelle del 30 Marzo scorso se non il calpestare la dignità del Parlamento, le regole democratiche e quelle costituzionali per anteporre interessi privati al bene comune, mascherandoli sotto la bandiera delle riforme urgenti?

È successo molte volte in questi anni, e ciò significa che, ancora una volta, le parole di Calamandrei sono più attuali che mai. Un fiume tricolore per le strade della capitale ha voluto farle proprie, urlando idealmente che la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé”, perché “la costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove”. E per farla muovere ci vuole “l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”, partecipazione appunto, attenzione, perché “una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica”.

Anche gli avvenimenti apparentemente fuori dalla nostra quotidianità, dunque, devono farci riflettere e preoccupare, così come Falcone di fronte al televideo alla comparsa di notizie, come la quotazione in Borsa di una nuova società o la nomina di un ministro, formalmente insignificanti per il suo lavoro di giudice ma in realtà da decodificare.

Don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, ha dato una definizione splendida della nostra Carta: «Legalità è la nostra Costituzione, il più formidabile dei testi antimafia». Nessuna frase poteva essere più incisiva e appropriata per questo periodo storico italiano, che parte ormai dagli anni ’70, e cioè da quando le mafie si sono fatte imprenditrici e sono penetrate pesantemente nelle istituzioni. È una fase in cui la Calabria rappresenta oggi l’ultima regione d’Europa nell’indifferenza generale, anche dei calabresi, ma la prima invece come episodi di gravità sociale dal significato preoccupante trascinata da un cancro ormai ultracentenario. A ciò, si aggiungono le divisioni accentuate da qualche anno a questa parte che vedono protagonista la Lega Nord, partito che con il fazzoletto verde si copre gli occhi di fronte alla storia di questo Paese e la distorce per fini secessionisti, a partire da quel Risorgimento sanguinoso per il sud e alla diàspora che ne è conseguita per intere generazioni. La dichiarazione più esplicita si trova nell’art. 1 dello Statuto della Lega (il movimento “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”), il quale nulla ha a che fare con l’art. 5 del testo costituzionale che infatti recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”.

L’art. 3, tra l’altro, è implicitamente l’articolo antimafia della Carta, quello che Calamandrei sosteneva essere “il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi”. A conferma di questa tesi la puntata di “Le storie – Diario italiano” di Corrado Augias lo scorso 8 Marzo: per spiegarne il significato, è stato invitato Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria e, forse, il più grande conoscitore del fenomeno ‘ndrangheta al mondo.

Ecco, posso dire di aver voluto partecipare come calabrese per la Calabria e per l’Italia, per ricordare le nostre radici e la nostra storia fuori dalle strumentalizzazioni politiche, per non dimenticare chi si impegna e chi è morto per la nostra guerra quotidiana italiana, quella delle mafie; una guerra che nessuno vuole vedere sminuendone la tragicità dei suoi effetti: in realtà, è il primo vero problema di questo Paese, in tutti i campi, dalla cultura all’economia fino alla libertà.

“Fuori la mafia dallo Stato”: questo uno degli slogan del lungo corteo che ha attraversato le strade di Roma tenendo tra le mani un tricolore gigantesco, simbolo ideale di una storia lunga e sofferta che ha dato vita alla Carta Costituzionale. Una piazza gremita e composta, che sulle note del “Va pensiero” di Verdi ne ha riscoperto il significativo ruolo risorgimentale, “suonandole” a quello falsamente propagandato dalla Lega. La denuncia e la capacità di dare speranza ai giovani nelle parole di Vecchioni e, infine, il canto dell’Inno nazionale, più volte ridicolizzato e profanato nel suo significato ancora dal partito padano, hanno chiuso la giornata.

Poi, ho iniziato a pormi delle domande: ma se c’è bisogno di fare una manifestazione per la difesa dei principi costituzionali, sarà un campanello d’allarme o la presa di coscienza da parte degli italiani dell’avere dei principi condivisi in una sola grande Carta, spesso lasciata nel dimenticatoio? I giovani calabresi devono sapere che essa costituisce le fondamenta da cui poter iniziare il risveglio della propria regione, semplicemente rispettandola e attuandone i principi. Da queste azioni, di difesa e di applicazione, dipenderà davvero il futuro dell’Italia e della mia, nostra, Calabria.

“È viva la Costituzione”.

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