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La metafisica di Aristotele e i vandali della biblioteca

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A volte la vita ti mette di fronte a fatti apparentemente insignificanti, a bizzarri accostamenti di avvenimenti che sulle prime risultano incomprensibili, ma, per chi sa cogliere l’infinita saggezza dell’universo dietro la contingenza delle cose, si rivelano dei significati profondi.

A me è capitato di ricevere uno di questi messaggi cosmici nelle aule della biblioteca dell’Unical, dove tra le pagine di libri dai titoli altisonanti albergano i messaggi cifrati della coscienza collettiva del popolo calabrese. Qualche giorno fa, per motivi di studio, ho dovuto confrontarmi con la Metafisica di Aristotele, uno scritto capitale della cultura occidentale, il cui influsso è giunto fino a noi direttamente dal IV secolo a.C. La metafisica è, per Aristotele, la “scienza dell’essere in quanto essere”, cioè la conoscenza del principio più essenziale dell’essere, ciò che fa sì che una cosa sia ciò che sia e non altro. Ebbene, tra le pagine di questo libro ho trovato un messaggio ancora più profondo, che mi ha fatto capire un aspetto fondamentale dell’essere calabresi… Il libro di Aristotele della biblioteca infatti, era stato accuratamente sottolineato da uno degli studenti che lo ha preso in prestito.

Non pago di ciò, il diligente studente aveva appiccicato sulle pagine con il testo greco, quasi a volerlo obliterare, dei foglietti con sopra il riassunto dell’opera. Chi legge si chiederà quale profonda conoscenza può trasmetterci questo fatto. Come ho scritto più sopra, a volte le cose insignificanti ci rivelano profondi messaggi. Da questa cosa io ho capito che molti calabresi hanno un così basso rispetto di loro stessi che non riescono ad andare al di là del loro più immediato bisogno, anche se questo può essere controproducente per se stessi e per gli altri.

Al di là dell’atto in sé, questo tipo di comportamenti ci fanno capire quanto poco consideriamo le cose pubbliche come nostre proprietà, come cose che, poiché ci appartengono, sono degne di rispetto. Noi calabresi siamo portati a pensare che qualsiasi cosa non sia proprietà privata è da considerarsi come un oggetto che non merita di essere rispettato ma solo consumato, solo sfruttato finché ce ne possiamo servire e che non vale la pena di conservare per quelli che verranno dopo di noi.

Forse è questa la metafisica del calabrese, come suggerirebbe il testo di Aristotele? Siamo un popolo che si prende cura in maniera maniacale delle proprie cose mentre per quanto riguarda le cose di tutti è pronto a distruggerle? Uno sguardo alla Calabria di oggi ci fa intuire tristemente una situazione del genere: dall’ambiente alla politica, dai trasporti alle file negli uffici, dal mondo del lavoro a quello della scuola, tutto funziona così, in Calabria, ma questo funzionamento mette un seria ipoteca al nostro sviluppo, perché anche le formiche ci insegnano che lavorare insieme per uno scopo ci rende forti, mentre agire in funzione del proprio egoismo ci distrugge.

Alcuni esempi:

• Trasporti: consideriamo come il calabrese si prende cura della propria macchina, per quanto modesta essa sia, lavandola amorevolmente ogni domenica e quanto si prende cura dei trasporti pubblici (treni, autobus etc.)

• Ambiente: vediamo che il calabrese pulisce e mette in ordine la propria casa e il proprio giardino per “fare bella figura” con i propri ospiti, mentre quando cammina in un bosco non esita a buttare carte e rifiuti.

• Politica: osserviamo il calabrese che si impegna politicamente in maniera attiva quando deve andare a raccogliere i voti per l’amico che si candida alle prossime comunali sperando di ottenere qualche favore mentre per il resto del mandato preferisce occuparsi di tutto, fuorché della politica.

• Scuola: osserviamo l’insegnante calabrese che “si è sistemato” a scuola, che se può evitare di fare lezione evita perché i ragazzi gli fanno venire il mal di testa, non pensando assolutamente al fatto che sta formando nuove generazioni di persone che arrivate alla sua età non penseranno ad altro che a “sistemarsi” e non a far progredire questa regione.

• Lavoro: vediamo il calabrese che va a chiedere “il favore” all’amico impiegato al comune di sbrigargli una certa pratica in via preferenziale. A parte il fatto di chiedere ad un lavoratore il favore di lavorare, che suona un po’ contraddittorio, il calabrese non pensa al fatto che è proprio quel favore che farà sì che tutti vadano a chiedere favori anziché pretendere che un impiegato faccia il proprio dovere.

Piccoli esempi della condizione metafisica del calabrese, che ci fanno capire quanto piccoli, miopi e meschini siamo, quando cerchiamo di fare i figghji e bbona fimmina, che da noi non è un insulto, ma un complimento…

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